Prima per le imprese, ultima per i laureati

Da "La Nuova Sardegna" del 11 gennaio 2011

la provincia per il secondo anno conquista il titolo di cenerentola nel regno della cultura
OLBIA.
La vera ricchezza non è fatta di mattoni o preziosi. Non è in banca o dentro qualche cassaforte. Il bene più raro e prezioso in provincia è la laurea. La Gallura è ultima in Italia per numero dl laureati. Appena 23 ogni mille giovani. Un primato deprimente che la provincia più dinamica di Italia conquista per il secondo anno di seguito. I dati Istat non lasciano molte speranze. Gallura non fa rima con cultura. Almeno con quella accademica.
Ma per completare il dato è necessario affiancarlo al suo contraltare. La Gallura è terza in Italia per numero di nuove imprese registrate in un anno. 16 aziende ogni 100 abitanti. Un piccolo primato. Per chi nei numeri trova la verità, ma la statistica non è una scienza esatta, se la si cala nella realtà. La grande vitalità Imprenditoriale e il reddito per abitante sembrano non essere accompagnati da una crescita della formazione. Un boom a metà il reddito cresce, la conoscenza no. Una dinamica complicata da comprendere. «Il dato va letto con grande attenzione e deve allarmarci - spiega Carlo Marcetti, responsabile del corso di economia del Turismo e un po' il padre del corso di laurea in città.
Significa che c'è ancora tanto da fare per offrire ai giovani una valida alternativa al lavoro. Mi spiego meglio. Questa è una provincia con un forte dinamismo. Una forte spinta imprenditoriale. Spesso i giovani dopo il diploma si trovano davanti a un bivio. La possibilità di scegliere tra un lavoro certo o una ulteriore specializzazione. Tanti, a questo punto devo dire la maggior parte, preferiscono aprire un'impresa. Questo crea scompensi nel sistema Gallura. Non solo nel circuito del sapere, ma anche in quello produttivo.
Le aziende sono sempre costrette a importare le professionalità. Le grandi possibilità economiche non si specchiano in una forte competitività culturale. L'università fa il suo lavoro, ma è evidente che un corso non può ribaltare In pochi anni un trend negativo. Al contrario rimane un presidio da difendere e potenziare. Molte delle persone che frequentano i nostri corsi sono residenti, più o meno il 60 per cento.
Loro sarebbero i primi ad abbandonare gli studi se la facoltà in città venisse soppressa». Ma la provincia dimostra un grande fermento imprenditoriale. «E normale - continua Marcetti -, i due dati devono essere letti insieme, e solo dal loro parallelo si riesce a darne una corretta interpretazione. In questo momento per molti ci sono grandi possibilità di lavoro che vengono colte in modo particolare dai giovani. In altre realtà con bassa natalità, scarsa vitalità economica e senza incremento demografico si preferisce investire sulla formazione.
Solo attraverso la specializzazione si può sperare di trovare m lavoro». Marcetti mette l'accento anche su un altro aspetto del successo dell'università in città. «Tanti dei nostri iscritti sono over 30 - continua -, sfuggono a questa statistica dell'Istat, ma sono futuri laureati anche loro».





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