Università sarda, sempre più ampia l'offerta formativa ma le sedi decentrate non riescono a sopravvivere.
Lauree di ogni tipo. Costi: 6 milioni di euro
Da "L'unione sarda" del 17 dicembre 2008
C'è lo scienziato dei fitness e quello dei materiali, l'etologo degli animali d'affezione, il laureato in Scienze del fiore e del verde. L'Università italiana ne sforna ormai di tutti i colori, dottori con i nomi più fantasiosi, quasi quasi da non crederci. Invece è così. L'offerta formativa è oggi talmente ampia da non lasciarsi sfuggire la benché minima opportunità: i corsi di laurea universitari si sono moltiplicati in tutta Italia, toccando quota 5.734, di pari passo all'aumento delle sedi distaccate attivate oggi in 246 Comuni. La Sardegna non fa eccezione: a disposizione degli studenti c'è un ampio ventaglio di opzioni e di percorsi alternativi alle tradizionali discipline universitarie. Così, sfogliando tra le proposte dei due atenei di Cagliari e Sassari, si scopre una caterva di corsi di laurea triennali portati a battesimo nelle sedi decentrate quasi tutti intorno al Duemila, con la riforma dell'università in due cicli (3+2): Scienza dei materiali a Iglesias (24 matricole), Economia e gestione dei servizi turistici (41 matricole) e Biotecnologie industriali (20) a Oristano; Scienze forestali e ambientali a Nuoro, Economia e imprese del turismo a Olbia. Fino all'anno scorso nell'elenco delle sedi distaccate comparivano anche Alghero (assorbita dall'Università di Sassari, con il corso di Scienze dell'architettura) e Tempio con Tecniche erboristiche, il cui corso è stato chiuso per via del troppo esiguo numero degli studenti. Per mancanza di immatricolazioni sono stati chiusi tanti altri corsi come Scienze del Servizio sociale a Nuoro (dove ci sono ancora 75 studenti che stanno ultimando il triennio) o Ingegneria ambientale a Iglesias (ancora 40 laureandi), già trasferita a Cagliari. Queste sono (ed erano) le sedi "gemmate", cioè sedi in cui ci sono docenti e strutture fisicamente operanti sul posto e il corso ha un'unica sede autonoma ed esterna alle università madre (a differenza dei corsi a distanza, tenuti in video conferenza). Qui gli studenti seguono i primi tre anni del corso, mentre a Cagliari o Sassari proseguono - quasi sempre è così - il biennio per la laurea specialistica (ora in via di trasformazione nelle cosiddette lauree magistrali).
Ma quanto costa mantenere in vita questa miriade di corsi universitari? All'Università manco un euro, ma tanto alla Regione: proprio ieri la Giunta ha dato via libera al fondo di 6 milioni di euro in favore delle sedi decentrate, «in modo da assicurare - si legge nella delibera - la prosecuzione e il completamento dei corsi già avviati». Il loro destino, infatti, è già segnato dalle rigide maglie del decreto Mussi, con cui il Governo vuole mettere ordine nel caos degli atenei italiani per avvicinare di più l'Università agli standard europei: i fondi regionali serviranno dunque ad aiutare gli studenti a completare il corso triennale gia avviato, che comunque ha le ore contate. Il vero problema dei corsi decentrati è sempre stata la sopravvivenza. Ci si interroga sulla loro utilità, spesso in polemica con gli enti locali che li hanno fortemente voluti anche per offrire un'opportunità di lavoro a tanti giovani che mai avrebbero frequentato un ateneo fuori dal loro paese. Spesso è la carenza di soldi a decretarne il fallimento, anche se i risultati a volte sono dignitosi, come succede - caso esemplare - nella sede di Iglesias a Monteponi (che dal 2000 ha sfornato 120 laureati), dove il corso di laurea va avanti tra mille difficoltà e dal prossimo anno sarà trasferito alla cittadella universitaria di Monserrato: per mantenere la sede di Iglesias la Regione dava ogni anno per tutti i corsi 470 mila euro l'anno.
«Scienza dei materiali è una laurea, equivalente al titolo dei chimici, che si spende bene nel mercato del lavoro - spiega Anna Musinu, presidente del corso di laurea - l'80% dei nostri laureati lavora anche al di fuori dall'Isola e i nostri 60 studenti studiano volentieri in quest'area mineraria particolarmente adatta allo svolgimento dei loro studi e ben attrezzata con una foresteria, una mensa e camere per i fuorisede. Purtroppo gli sforzi da noi sostenuti non sono stati compresi, nonostante i docenti di tutti i corsi abbiano lavorato moltissimo ottenendo anche la certificazione di qualità, pur senza percepire alcun incentivo». Ma tant'è: il 28 novembre il Consiglio di classe ha votato la delibera per la chiusura dell'unico corso che ancora sopravvive a Villa Bellavista, «dopo aver preso atto del chiaro intendimento della Regione di non impegnarsi più per le sedi decentrate». Un altro fallimento, dunque, dopo il flop dei corsi a distanza di Sorgono, Ilbono e Sanluri? «La colpa è dell'improvvisazione della Regione - ricorda la Musinu - un conto è fare un master o una scuola estiva, altro è un corso: sono arrabbiata perché non si è mai fatto un inventario, una seria valutazione della resa di ciascun corso: così i soldi si buttano via senza tener conto dei criteri di qualità».
La proliferazione dei corsi non per tutti è un'esperienza valida. «Secondo me - spiega da Sassari il preside di Scienze politiche Virgilio Mura - c'è una bella differenza tra una targa universitaria e l'Università vera e propria: le sedi di Nuoro, Oristano, Iglesias gli inglesi le chiamano teaching university, un diminutivo per dire che lì si insegna ma non si fa ricerca. Resta l'illusione di chi le propone e di chi le subisce: pensano di riscattarsi ma sono solo medagliette che gli enti locali si appendono al petto per dire votateci. E sono costate milioni e milioni di euro, soldi sottratti al sistema universitario».