Due economisti analizzano il modello gallurese: siamo al limite
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«Turismo, il futuro è da inventare». Prospettive, punti di forza e di debolezza: Francesco Morandi e Marco Vannini danno indicazioni alla politica e all'impresa.
Da "La Nuova Sardegna" del 25 maggio 2004.
OLBIA . I primi turisti, come il sole dopo tanta pioggia, riportano il sorriso sulla Gallura delle vacanze. Crisi economica o meno, nei prossimi mesi il grande circo del turismo smeraldino macinerà grandi numeri. Fino ad agosto, quando ci sarà il tutto esaurito e qualcosa di più in alberghi, ristoranti e spiagge. Poi il controesodo e tutti a casa in poche settimane. La stagione del turismo gallurese brucia veloce come un cerino. Farlo durare di più: è il problema di sempre. Da alcuni mesi, il consolidamento della maggiore industria del territorio è sempre più spesso al centro del dibattito politico e imprenditoriale. Si può provare a fare un primo consuntivo. La "Nuova" ha posto alcune domande a Francesco Morandi, preside della Facolta di economia dell'Università di Sassari e del corso di laurea in Economia del turismo di Olbia. Le risposte, oltre che di Morandi, portano la firma dell'economista Marco Vannini. Eccole qui sotto. Stimoli e motivi di allarme non mancano. - Il modello turistico gallurese ha un futuro? «Se intendiamo un'enclave più o meno dorata di ville e alberghi incentrata sul solo "prodotto mare" come attrattore unico, direi che ha un presente già a regime e un futuro difficile. Nel mondo globalizzato esistono un'infinità di destinazioni dove questo modello può essere replicato e dove costi inferiori (del lavoro, che nel turismo è ancora l'input più importante, o del viaggio, o più semplicemente dovuto alle fluttuazioni del cambio) può spostare significative quote di domanda e di investimenti. Se invece intendiamo un turismo che fa della qualità ambientale e culturale, dell'identità locale e della a tipicità sarda gli elementi portanti, allora è senz'altro più difficile trovare sostituti. Combinare i due elementi tuttavia non è facile, anche perché occorre farlo in modo creativo e moderno, coordinando gli sforzi rivolti al miglioramento di strutture e servizi con una comunicazione efficace e accattivante. È inoltre indispensabile rimuovere i fattori di congestione che rendono l'esperienza turistica in Sardegna, in molte località e nei mesi di punta, costosa e stressante. Non c'è cosa peggiore, come pubblicità negativa, del turista frustrato dalle brutte sorprese: ne parla in media con dodici persone, mentre se tutto va bene ne parla solo con tre. Si registrano però molti segnali interessanti di crescita, legati anche ai nuovi collegamenti low cost, che fanno intravedere prospettive interessanti di cambiamento, allungamento della stagione e valorizzazione delle zone interne». - Può, il turismo, diventare un'economia più stabile di quella attuale? «Per essere stabile un'economia deve avere una struttura ampia e diversificata, un po' come un portafoglio finanziario. E i beni patrimoniali più importanti (ambiente e cultura) vanno sfruttati stando attenti a non intaccare la loro capacità di fornire i servizi di cui i turisti si beano nel tempo e senza cadute qualitative. Detto questo, il turismo deve ancora crescere, allargando le proprie ramificazioni nel resto del territorio. Il distretto turistico che in Gallura si è sviluppato in modo un po' disordinato deve fare ancora un ulteriore salto di qualità, diventare luogo di produzione e creazione dell'industria del tempo libero. Solo rafforzando gli effetti indiretti e indotti, oltre a quelli diretti, della spesa turistica, potrà crescere anche la base produttiva e le opportunità di lavoro. La stabilità in senso spaziale, cioè l'equilibrio fra interno e costa, che in Gallura è un problema molto serio (basti considerare che l'indice di dipendenza, ovvero la percentuale di ultra 64enni e adolescenti di età inferiore ai 14 anni rispetto alla fascia di età 20-64, è superiore al 41% nelle zone interne e pari invece al 35% ad Olbia), richiede invece iniziative apposite di perequazione». - A quali condizioni può crescere il nostro turismo? «Intanto, facciano tutti il loro compito. Gli imprenditori prendano piena coscienza delle reali opportunità di sviluppo e delle potenzialità ancora inespresse dal territorio. Questo vale anche per gli amministratori pubblici, a tutti i livelli, visto che nella realtà specifica della Gallura la risorsa principale è il territorio, che rappresenta il "vero" prodotto turistico del futuro. Occorre riprendere a investire nelle infrastrutture sociali, ricercando modalità nuove per coinvolgere i privati e studiando forme opportune per il mantenimento della qualità ambientale. È necessario favorire le opportunità di spostamento: lo stato dei collegamenti fra Olbia e Sassari è l'esempio più chiaro di quanta strada (anche in senso fisico) si debba ancora percorrere. E in questo senso, purché non se ne faccia un nuovo ente, ma uno strumento per la realizzazione di progetti di sviluppo, la creazione del Sistema turistico locale può dare un impulso significativo». - Quali sono i punti di forza e di debolezza? «Senza l'ambizione di fare un bilancio, tra i punti di forza indicherei una potenzialità produttiva unica in ambito regionale, con punte effettive (o potenziali) di eccellenza nel turismo, nel settore agroalimentare, nell'industria estrattiva e, ultimo ma non meno importante, nei trasporti. Resta ancora una certa carenza nell'intervento pubblico sulle infrastrutture e la necessità delle amministrazioni di esercitare appieno la funzione di regolazione del gioco dei privati. Va operata anche un'attenta opera di coinvolgimento delle imprese per la condivisione di alcune scelte decisionali e un intervento di stimolo per supplire ad alcune più evidenti carenze». - C'è sufficiente consapevolezza nelle classi dirigenti della politica e dell'impresa? «Mentre si registra da più parti una crescente consapevolezza - è emblematico e non va dimenticato che la stessa Università a Olbia esiste anzitutto per volontà dell'amministrazione pubblica - resta ancora sullo sfondo l'esigenza primaria di programmare lo sviluppo e definire progetti innovativi per la crescita del territorio». - Quale contributo può dare l'università? «Per sua vocazione, oltre che per dovere istituzionale, risponde alla domanda di formazione e di ricerca che proviene dal territorio. La Facoltà di Economia, in particolare è impegnata a formare laureati in grado di contribuire allo sviluppo della realtà socio-economica e del sistema produttivo. Può dare un contributo diretto, in quanto rappresenta un momento fondamentale per la crescita culturale e la creazione di figure professionali utili sul piano locale. Dà un apporto indiretto perché con la ricerca può aiutare ad accrescere la conoscenza dei fenomeni che frenano lo sviluppo, a progettare il futuro e a trovare soluzioni idonee. Operando in stretta collaborazione con gli operatori economici e con il mondo del lavoro, oltre che con le amministrazioni pubbliche, darà certamente impulso alla crescita culturale e all'affermazione di un nuovo ordine economico».
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